
Qualche giorno fa, ascoltando un podcast che parla di filosofia, è stato menzionato il libro di Victor Frankl: Uno psicologo nei lager, che ho letto ormai diverso tempo fa e che racconta della perenne ricerca di significato esistenziale dell’uomo.
Frankl era uno psichiatra ebreo austriaco che ha sviluppato una nuova scuola di psicoterapia, in parte sulla base delle sue esperienze come detenuto in vari campi di concentramento e sterminio nazisti tra il 1942 e il 1945. Frankl chiama il suo approccio terapeutico “logoterapia” – derivato dalla parola greca logos, che vuol dire “significato”. Il suo approccio terapeutico sottolinea il bisogno primario dell’individuo di un senso di significato morale: perché questo bisogno venga realizzato, in altre parole, una persona deve essere in grado di trascendere una focalizzazione sul sé e aspirare a uno scopo più ampio. La scuola di terapia di Frankl è confermata da recenti scoperte scientifiche secondo cui le persone che hanno forti fonti di significato, inclusa la fede religiosa, il patriottismo o gli impegni familiari o romantici, hanno maggiori probabilità di essere individui sani e che la ricerca di cose significative, forse paradossalmente, è più probabile che porti alla felicità e al benessere personali di quanto possa fare la ricerca diretta e intenzionale della felicità e del benessere.
Il libro di Frankl è per certi versi piuttosto potente, in particolare nella sua argomentazione secondo cui, anche quando la propria vita sembra inevitabilmente limitata alla sofferenza e al perseguimento di piccole gioie irrilevanti (un pezzo di pane in più, un incarico di lavoro meno estenuante, un parola), c’è ancora la possibilità di affermare la propria dignità di persona attraverso le piccole scelte morali che si fanno.
Ma due passaggi in particolare mi hanno colpito.
“…mi sembrava che sarei morto nel prossimo futuro. In questa situazione critica, tuttavia, la mia preoccupazione era diversa da quella della maggior parte dei miei compagni. La loro domanda era: “Sopravviveremo al campo? Perché, in caso contrario, tutta questa sofferenza non ha significato”. La domanda che mi assillava era: “Ha qualche significato tutta questa sofferenza, questo morire intorno a noi? Perché, in caso contrario, alla fine non c’è alcun significato nella sopravvivenza; perché una vita il cui significato dipende da una tale circostanza – come se si sfugga o meno – alla fine non varrebbe affatto la pena di essere vissuta.”
Questo passaggio potrebbe essere in contraddizione con la tesi più ampia del libro, che enfatizza l’effetto edificante di avere obiettivi e aspirazioni concrete e sembra mettere in discussione la stessa utilità della speranza come atteggiamento: la speranza implica che solo alcune esperienze e opportunità sono preziose, mentre forse la vita è preziosa indipendentemente dalla forma che sta assumendo.
La logica di Frankl è convincente: se il valore della vita dipende veramente dall’assicurarsi una particolare circostanza mondana, e quindi dal caso, allora non si può dire che la vita abbia veramente un significato. Questo perché il significato non può essere un fenomeno condizionato, non può essere alla mercé della casualità .
Il significato deve essere ugualmente trovato in ogni situazione.
“…il vento gelido non incoraggiava a parlare. Nascondendo la bocca dietro il bavero all’insù, l’uomo che marciava accanto a me mi sussurrò all’improvviso: ‘Se le nostre mogli potessero vederci adesso! Spero che stiano meglio nei loro campi e non sappiano cosa ci sta succedendo.”
“Questo mi ha fatto venire in mente i pensieri di mia moglie. E mentre inciampavamo per miglia, scivolando su punti ghiacciati… non è stato detto nulla, ma lo sapevamo entrambi: ognuno di noi stava pensando a sua moglie. Di tanto in tanto alzavo gli occhi al cielo, dove le stelle stavano svanendo e la luce rosa del mattino cominciava a diffondersi dietro un banco scuro di nuvole. Ma la mia mente si aggrappava all’immagine di mia moglie, immaginandola con un’acutezza inquietante. L’ho sentita rispondermi, l’ho vista sorridere, il suo sguardo franco e incoraggiante. Vero o no, il suo sguardo era allora più luminoso del sole che cominciava a sorgere.”
“Un pensiero mi ha trafitto: per la prima volta nella mia vita ho visto la verità cantata da tanti poeti, proclamata come l’ultima saggezza da tanti pensatori. La verità: che l’amore è l’ultimo e il più alto obiettivo a cui l’uomo può aspirare. Poi ho colto il significato del più grande segreto che la poesia umana, il pensiero e la fede umana devono impartire: la salvezza dell’uomo è attraverso l’amore e nell’amore.”
Questo secondo passaggio mi piace moltissimo perché, come in altri punti del libro, Frankl si descrive invocando fantasiosamente l’immagine della sua amata moglie, e persino conversando con lei, come sostituto dell’interazione nella vita reale. E perché suggerisce che l’amore è un’esperienza in cui possiamo entrare ovunque ci troviamo. Essendo la nostra più alta potenzialità umana, la capacità di connetterci con altre anime deve essere sempre possibile per noi e, ancora una volta, non può essere un fenomeno condizionale, dipendente dalla fortuna, dalla situazione o dal potere.
Un uomo pienamente consapevole di questa responsabilità verso la sua storia o la persona che lo ama, difficilmente potrà gettar via la sua esistenza.
E penso che ci sia una grande saggezza nelle parole di Nietzsche che dice:
Chi conosce il perché della sua vita, può sopportare quasi qualsiasi come.
Nella vita privata o in quella professionale, la Consulenza Filosofica è la chiave per sbloccare nuove prospettive, superare ostacoli e raggiungere l’armonia e il successo autentico.